Un uomo, un padre, un rappresentante dello Stato che va a lavoro e svolge semplicemente il suo mestiere.
La guerriglia urbana, gli scontri e la possibilità di non tornare più dai propri cari. Il filo rosso che lega la morte dell’ispettore Filippo Raciti, negli scontri che hanno fatto seguito al derby siciliano tra Catania e Palermo il 2 Febbraio 2007, e l’aggressione ad Alessandro Calista avvenuta lo scorso sabato pomeriggio, è purtroppo evidente. 40 anni, una moglie e un figlio per l’agente catanese. 29 anni, una moglie e un figlio per il poliziotto originario di Pescara. L’unica differenza è il lieto fine, se così si può definire, ai fatti di Askatasuna. La cartella clinica recita contusioni multiple e una ferita da martello sulla coscia sinistra, che rende un possibile dramma solo un terribile episodio. Per il capo ispettore Raciti non andò così.
L’intenzione non è certamente quella di raccontare una storia strappalacime o di fare moralismi superflui. Oggi si celebra un uomo dello Stato scomparso con addosso la divisa e al contempo ci si lecca le ferite per quanto accaduto a Torino. Paradossale ma reale. Quasi due decenni dopo, seppur in contesti differenti, ci si ritrova ancora a condannare le stesse violenze di sempre, con le stesse modalità di sempre. In attesa che qualcosa cambi senza sapere però nè il come nè, tantomeno, il quando.










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