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È morto a Roma, all’età di 95 anni, Corrado Carnevale, uno dei magistrati più potenti e discussi della storia repubblicana. Nato a Licata il 9 maggio 1930, per quasi un decennio guidò la prima sezione penale della Corte suprema di Cassazione esercitando un’influenza determinante su centinaia di processi legati a mafia, terrorismo, criminalità organizzata e grandi delitti politici. Proprio in quegli anni la stampa gli attribuì il soprannome di “giudice ammazzasentenze”.

Come ricordato da Palermo today, Carnevale tra il 1985 e il 1993 annullò o rinviò a nuovo giudizio circa cinquecento sentenze, quasi sempre per vizi procedurali o difetti di motivazione. Decisioni che ebbero effetti clamorosi su processi di mafia, terrorismo e criminalità organizzata, alimentando uno scontro durissimo con il pool antimafia di Palermo e con Giovanni Falcone.

Il momento di massima tensione arrivò nel febbraio 1991, quando la Cassazione dispose la scarcerazione di 43 imputati del maxiprocesso di Palermo per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Pochi giorni dopo il governo intervenne riportando i boss in carcere. Dal 1993 entrò nel mirino delle procure e venne sospeso dalle funzioni. Nel 2001 fu condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa a sei anni di carcere, ma l’anno successivo le sezioni unite della Cassazione lo assolsero definitivamente con la formula “il fatto non sussiste”, ritenendo insufficienti le prove di un suo favoreggiamento alla mafia.

Tornò in servizio solo nel 2007, alla sezione civile della Cassazione, e andò in pensione nel 2013. Fino agli ultimi anni difese con fermezza il proprio operato, definendosi vittima di una persecuzione giudiziaria e politica. Figura solitaria e controversa, Corrado Carnevale attraversa così uno dei capitoli più drammatici della giustizia italiana, lasciando un’eredità ancora oggi oggetto di dibattito.

 

 

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